Incompiuto Italiano.

"Hanno iniziato a costruire questa struttura per farci un campo da polo. Ma qui se vai a chiedere in giro che cosa è il polo, ti rispondono che è un tipo di maglietta!" La platea ride. Ed io con loro. Sono a Cork, nel sud dell'Irlanda. Nella curiosa cornice di un'antica chiesa sconsacrata si tengono le proiezioni del film festival cittadino. Il documentario che scorre davanti ai nostri occhi si chiama "Unfinished Italy", diretto da un giovane regista francese, Benoit Felici. L'uomo che fa questa divertente constatazione ha la stessa parlata di La Russa e un bel paio di baffi scuri. Allena un gruppo di bambini in questo campo di terra, cercando di sfruttare uno spazio promesso alla comunità, ma mai portato a compimento. Partendo dalla Sicilia e dai ritratti di alcuni abitanti che convivono con l'incompiuto, la storia mostra il paradosso di una realtà che ironicamente ha contribuito a creare un vero e proprio stile architettonico. Un pastore attraversa un'autostrada spaccata, una famiglia vive su un ponte lasciato a far penzolare i cavi d'acciaio ossidato, teatri mai completati vengono circondati dalla vegetazione. Un affresco moderno, di cui gli spettatori irlandesi sono meravigliati. Sicuramente molti di loro sono stati in Italia, ma non hanno potuto toccare con mano questo fenomeno. Sul sito ufficiale dell'Incompiuto Siciliano è presente una mappa, dove sono segnalate le opere abbandonate lungo tutto lo stivale. La Sicilia domina il panorama, rivendicando il nome di questo stile architettonico, promotrice di un'ipotetica scuola con tanto di decalogo:

"1. L'incompiuto siciliano e' il paradigma interpretativo dell'architettura pubblica in Italia dal dopoguerra ad oggi".

L'ironia della sorte ha voluto che questo ritratto prendesse forza nella disarmante realtà dei nostri giorni. L'Incompiuto Italiano ha un suono familiare, colpa di una irriducibile abitudine all' imbarazzo. Basterebbe uno sguardo su questi desolanti mostri, per riassumere decine di anni di società e politica del nostro paese. Il cemento è stato, ed è ancora, una sorta di oro grigio, che si è innervato attraverso paesi e città. Ha scavato montagne, ha arricchito molti, ha squarciato valli, ha ucciso tanti altri. Asfalto e cemento, gare d'appalto giocate a dadi, la mano visibile della criminalità. Il nastro tricolore tagliato alla presenza di sindaci sorridenti, bagnati dallo scroscio di applausi. E poi i nastri bianchi e rossi a impacchettare un regalo non richiesto, gentilmente donato alla comunità. Chi doveva avere, ha avuto. Nessuno sa più nulla. Le competenze rimbalzano arbitrariamente tra labirinti di uffici, in un coro di spalle sollevate e "boh" trattenuti. La genesi delle opere a metà. Una morte annunciata, a cui segue un rituale ormai consolidato. In questa fase, dove la bussola del paese punta ad un risollevamento delle sorti della credibilità a livello globale, i tanti frammenti abbandonati della società restano a prendere la pioggia e il freddo di un inverno ormai alle porte. L'inadeguatezza e la speculazione, che hanno rovinato il nostro territorio, si piegano ad eventi atmosferici violenti che ne svelano la debole struttura. L'abbiamo visto in Liguria e in Sicilia. Non è solo l'eccezionalità di questi momenti a squarciare il velluto ammuffito del teatrino italiano. Secondo l'Osservatorio Indipendente di Bologna, ad oggi, sono morte 617 persone sul luogo di lavoro. Oltre 1050, se si includono quelle decedute sulle strade e in itinere. L'Osservatorio Antigone, per i diritti dei detenuti, monitora costantemente la disumana condizione dei penitenziari italiani, analizzando da vicino i disagi e le problematiche. L'ansia per la sorte economica non può impedire che manchi l'attenzione giusta verso il difficile presente, pieno di crepe. Siamo tutti lì, in attesa, aspettando che un destino si compia, chiusi sottocoperta e trainati a forza verso una qualche sorta di approdo. Nel frattempo è tutto ancora fermo. I problemi galleggiano su uno strato di indecisione, e l'amarezza di non poter essere padroni del nostro tempo sta prendendo inevitabilmente il sopravvento. L'Incompiuto Italiano, da una forma perversa di arte dell'abbandono, diventa un vero marchio di fabbrica e lo specchio di una politica che già da tempo sembra aver dimenticato anche noi.

Alessio MacFlynn








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