Il diritto all'indifferenza


Un paio di giorni fa la Cassazione ha depositato una sentenza che riconosce alle coppie omosessuali il "diritto alla 'vita familiare'" e a "vivere liberamente una condizione di coppia" con la possibilità, in presenza di "specifiche situazioni", di un "trattamento omogeneo a quello assicurato dalla legge alla coppia coniugata”. La sentenza è stata giustamente salutata come un passo positivo e necessario sia dalle varie associazioni per la difesa dei diritti della comunità lgbt (lesbica, gay, bisessuale e transgender) sia da alcuni ambienti della politica. Paolo Patanè, presidente nazionale di Arcigay, l’ha definita addirittura una “rivoluzione copernicana”. Io però non sono riuscita a farmi trascinare appieno da quest’entusiasmo. È innegabile che questa sia una svolta importante, ma è ancora così poco, ed arriva così tardi! Nel frattempo stiamo ancora aspettando una legge contro l’omofobia, che è stata respinta più volte nel corso degli anni, anche dopo l’aggressione verbale e i pesanti insulti lanciati in pieno giorno contro la deputata del PD Paola Concia, prima promotrice della stessa. Stiamo aspettando di risalire di alcuni posti nella classifica stilata dall’Ilga-Europe, associazione per la tutela dei diritti lgbt a livello europeo, l’”Indice Rainbow”, pubblicato il maggio scorso in occasione della Giornata Internazionale contro omo- e transfobia, in cui l’Italia occupa uno sconfortante penultimo posto, seguita solo da Cipro, dove l’omosessualità è ancora illegale, da San Marino, Liechtenstein, Principato di Monaco, e, come sbagliarsi, Vaticano. Bisogna dire che per stilare l'Indice Rainbow vengono tenute in conto le leggi approvate e vigenti in ogni singolo stato e non i fenomeni sociali di quel territorio. Ad esempio, per assegnare i punteggi ai paesi, si prende in considerazione il riconoscimento legale delle persone trans, il fatto che esistano o meno nell'ordinamento giudiziario delle leggi contro le discriminazioni o che si riconoscano i matrimoni omosessuali, i figli, le adozioni, etc. Il punteggio va da un massimo di 17 a un minimo di -7 e l’Italia totalizza un misero 0 alla pari con Malta e Lettonia. E aspettiamo che i Giovanardi di turno la smettano di sbraitare sull’incostituzionalità delle pubblicità dell’Ikea (mentre Forza Nuova diffonde questi costituzionalissimi volantini) di paragonare dei baci tra persone dello stesso sesso a qualcuno che fa pipì per strada, di esprimersi bigottamente contro aborto, quote rosa etc. Ma soprattutto aspettiamo che si metta un freno ai molti, troppi Giovanardi in incognito. Quelli più furbi di lui, che la pensano esattamente allo stesso modo, ma se ne stanno zitti zitti finché non viene il momento di insultare, pestare, derubare o perseguitare qualcuno.

Ma l’indignazione mi ha fatto divagare. Io oggi non volevo parlare affatto di questo, di quanta strada ci sia ancora da fare da noi e di come sia sconfortante. Oggi volevo portare una nota fresca, positiva, sul diritto all’indifferenza. Due esempi di integrazione a cui ho assistito (e continuo ad assistere) in prima persona, e che mi entusiasmano: Berlino e Madrid. Queste città dovrebbero entrambe ricevere almeno una quindicina di punti nell’Indice Rainbow. Non solo perché in Spagna i matrimoni gay sono legali, o perché il sindaco di Berlino è dichiaratamente omosessuale, ma perché entrambe sono un vero e proprio porto riparato. E per tutto l’anno, non solo durante la settimana del Pride. Ciò che colpisce, in queste due città, è l’indifferenza della gente. Indifferenza intesa come risultato massimo dell’integrazione. Come andare al parco in una bella giornata e cercarsi un posto nel prato disseminato di coppiette tubanti etero- ed omosessuali, e in quanto single in procinto di farsi fuori birrozzo e patatine al formaggio odiare tutti i piccioncini senza eccezioni. Come una coppia di ragazzi e una coppia di ragazze che passeggiano mano nella mano la sera per un appuntamento a quattro, ridono, scherzano, si fanno foto ricordo, si baciano teneramente, e nessuno che li nota. Come il fatto che nessuno ormai ne parli più (dopo la famosa dichiarazione “Ich bin schwul und das ist auch gut so!”, ‘sono gay, e va bene così’, del 2001) del fatto che Klaus Wowereit sia gay. Come due ragazzi che salgono su un palco di karaoke subito dopo un signorotto che ha cantato una canzone popolare tedesca risalente alla DDR e si esibiscono in un pezzo degli Abba. Come due vecchine madrilene che passeggiano a braccetto per Chueca, lo storico e a tratti appariscente quartiere gay di Madrid, e si fermano all’angolo a scambiare quattro chiacchiere con i vicini, a quanto pare niente affatto turbate dallo sconvolgimento irreparabile portato ai valori tradizionali, alla famiglia e all’universo intero da quella poco raccomandabile coppia di tranquilli quarantenni che vive all’angolo col panettiere.



[Per chi si fosse appassionato all'Indice Arcobaleno e volesse saperne di più su mappa, indici, diritti ottenuti, oppure no, dalla comunità lgbt a livello europeo e mondiale, etc., tutti i dati si possono trovare qui]

Giulia McNope








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