Il raccattapalle.


A me hanno sempre comprato le bici sbagliate. Mai una volta che mi fosse capitata la bicicletta ideale. Non chiedevo molto: mi accontentavo di poche marce e di una catena funzionante. E invece andava sempre storto qualcosa. Si spaccava il cavalletto, si allentavano subito i freni, usciva la catena. Forse il problema non era proprio delle biciclette, forse le guidavo male io, chissà.

Sì, a pensarci bene le guidavo proprio male. Ho scoperto troppo tardi che, per salire sul marciapiede, alla bici servisse una leggera spinta verso l'alto. Ogni volta, sdeng!, dritto sulla forcella. Comunque nella primavera del 2000 questa per me era una preoccupazione molto importante. Altre non ne avevo, non mi sembra di ricordarne. Il pallone! Certo, c'era anche quello. Il Super Santos. Bello, arancione, resistente e pesante al punto giusto. Ma quello è arrivato dopo. Prima, nella piazzetta del mercato, si usavano pesantissimi palloni in simil cuoio, che lasciavano dei bozzi enormi nelle saracinesche verdi delle bancarelle. I palloni bisognava gonfiarli di tanto in tanto dal benzinaio.

"Vai tu!" 
"No, vai tu!" 
"Vai tu!"

Il benzinaio aveva i baffi scuri e la faccia sempre incazzata. Quando andavamo a chiedergli di gonfiarci il pallone, si incazzava. Quando qualcuno si fermava alla pompa un po' più avanti con la macchina, si incazzava tantissimo. Doveva avere una vita complicata. A differenza di tanti altri ragazzini, a noi non era mai passato per la mente che il benzinaio fosse ricco. Quando dava il resto, tirava fuori un mazzo di soldi sporchi che uno si chiedeva quanto ci volesse a contarli. Ma non erano suoi, lo sapevamo benissimo. Quello delle pompe funebri, quello che regalava i portachiave a forma di bara, quello sì che era ricco. Sicuro. Su un tema in quarta elementare avevo scritto che da grande avrei fatto quel mestiere lì, perché il lavoro non mancava mai.

Se il benzinaio era chiuso, il pallone bisognava tenerselo così, pesante come uno zaino del lunedì. Che se provavi a smarcare uno con quel pallone lì, ci metteva il piede sopra, lo schiacciava sotto al tacco, e non c'era verso di toglierglielo. Peggio che rullare al biliardino!

E poi c'era l'altro pallone, quello che andava bene per i bambini di pochi anni in piazza coi genitori, che rincorrevano questi ragazzini che andavano dietro al pallone e puntualmente cadevano prima di arrivare a calciarlo e si mettevano a piangere, così la mamma o il papà dovevano prendere il bambino, farlo rialzare, asciugargli le lacrime e calmarlo. Il pallone lo lasciavano lì. E a quel punto diventava nostro. Non andavamo a rubare regolarmente palloni, forse sarà capitato una volta. Però è successo. Era il Super Tele. Tirare un calcio ad un Super Tele era come lanciare un aeroplanino di carta senza un'ala. Andava dove diceva lui e si bucava con un solo sguardo. Si vedevano spesso sui tetti delle case, ad appassire lentamente col passare delle stagioni.

C'erano dei ragazzi che avevano un campetto, abitavano vicino alla ferrovia della cartiera. Erano molto più grandi di me e li conoscevo pochissimo. Tre fratelli e un mucchio di loro amici che ogni anno organizzavano un torneo. Quando l'ho saputo, ho preso la mia bicicletta scassata e mi sono unito a loro. Arrivarci era una goduria. La strada era tutta in discesa. Si poteva partire da casa e arrivare lì senza mai toccare i pedali, incroci permettendo. Io gli incroci li ho sempre amati, in bicicletta. Bisogna saperli ascoltare. Mentre ti avvicini devi porgere l'orecchio verso la strada e sentire se arriva una macchina. Ha sempre funzionato, ma non posso garantire su questo metodo.

Quella dove stava il campetto non era esattamente una casa. Era una tenuta. C'era un cancello grande, con due colonne in mattoni, e un lungo viale alberato. Se devo pensare ad un viale alberato, gli alberi sono sicuramente dei pioppi. Ma non credo di ricordarlo esattamente. Sono gli alberi che secondo me più si adattano a fare un viale alberato. Nei libri, un buon 70% dei viali alberati è composto da pioppi, quindi non me la sento di fare uno sgarbo alla letteratura. Pioppi. Dopo il viale si arrivava alle due case della tenuta. Una più piccola e una più grande. Quella grande, non era semplicemente grande: era immensa. Se contiamo che in una squadra di calcetto ci sono quattro, cinque persone, e le squadre del torneo erano cinque, quella casa ospitava venti, venticinque persone. Quasi una trentina e più, contando gli altri amici. Forse c'era una terza casa, può darsi. Eravamo veramente un sacco di persone! Li ho conosciuti tutti, quei ragazzi. Mi faceva impazzire il fatto che avessero dei soprannomi, che suonassero, che parlassero di sconcezze, che si facessero gli scherzi in camera di notte, che bevessero, che fumassero, che giocassero con passione e che si divertissero. Io ero capitato così, per caso, ma non mi stancavo mai di girargli intorno. Quando è iniziato il torneo ero a bordo campo per seguire le partite. Ogni squadra si rifaceva ad una vera squadra, con le magliette originali dove sopra c'erano i nomi dei ragazzi. Ecco, io a quell'epoca avrei dato non so cosa per averne una. Venivano da Roma, da Bologna, città grandi dove queste cose si potevano reperire facilmente. Dove stavo io, non c'era un posto dove potevi portare una maglietta in un negozio e farti scrivere il nome sopra. Pennarello e magliette rigorosamente bianche, con la minaccia costante della lavatrice che le faceva tornare di nuovo pulite. Il campo dove giocavano era stato ritagliato nel prato di quella splendida tenuta, completo di porte e linee di gesso. Era leggermente in pendenza, leggermente, nessuno ci badava troppo. Solo che quando il pallone usciva dal campo ben rasato e geometricamente segnato dalle linee di gesso, entrava nell'altro campo, quello non rasato e con l'erba altissima. Perciò si perdeva un sacco di tempo a riprenderlo. Io, per amore del gioco, ho cominciato a recuperare i palloni. Una rimessa sbagliata, partivo io, un tiro alto sulla traversa, scappavo io, un contrasto ben piazzato, scattavo come un treno. Così il primo giorno e anche gli altri, sino alla finale. Ora, non dico che corressi come i ragazzi in campo, ma a fine giornata ero bello sudato pure io. Tra un incontro e l'altro ci si trovava in casa, a mangiare e a commentare le partite. Le docce erano sempre occupate. La goduria era prepararsi pane e nutella, col pane buono che avevamo una volta da noi. Fette grandi come la suola di una scarpa. E poi la sera c'era la brace con le salsicce e gli spiedini. Fosse stato per me, sarei campato con quella dieta per sempre. Ero talmente felice di passare del tempo con dei ragazzi molto più grandi di me, che preparai la mia personalissima maglietta di raccattapalle ufficiale. Bianca, disegnata coi pennarelli. 

Avevano anche un sito ufficiale del torneo, che quando non l'ho trovato più su internet un po' mi ha fatto male. Era il sito amatoriale più bello che avessi mai visto. C'era la loro storia, la lista dei marcatori, gli album con tutte le foto delle squadre curate nei minimi dettagli, come in un album Panini. Sulla pagina della storia di questo torneo, c'era un'immagine, me la ricordo benissimo: era la copertina di Dalla, 1980. In bianco e nero, si vedevano soltanto gli occhialini tondi sul cappello. E uno spicchio di occhi. Io conoscevo qualche canzone di Lucio Dalla, ma quelle no. Eppure avevo un presentimento, perché quella copertina mi sembrava davvero bella. E io mi sono sempre fidato delle belle copertine, almeno per i dischi. Mi ricordo il vecchio computer e Futura in sottofondo, affacciato alla finestra. Ha quel ritornello fischiettato che se lo ascolti di mattina te lo porti dietro tutto il giorno. Sembra finire tristemente su "amoreeeee", e poi ricomincia allegramente,  sfumando con quelle parole in inglese che non vogliono dire nulla, adatte a qualsiasi storpiatura.

Pareva fosse lì da sempre, pronta ad aggrapparsi ad un sapore dell'aria più buono, e a quei prati senza fine. Chissà.

Alessio MacFlynn









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