Aprile. L'album di Marco Paolini.

Aprile è un mese che arriva ogni tanto, non sempre. Aprile è un vento che spoglia l'intonaco vecchio delle case, e le pulisce col sole dall'umido invernale. E' un vento che entra dalle porte dei bar, strapazza Gazzette e Corrieri, fa starnutire i giocatori di carte e solletica le chiacchiere tra i caffè e gli amari del dopo pranzo. L'Italia è una Repubblica democratica fondata sui bar. Aprile sembra essere uno dei pochi mesi in cui si placano i discorsi sul "troppo". Troppo caldo. Troppo freddo. E' il tempo degli inizi, in cui si mette da parte l'abitudine e per un attimo ci si lascia sorprendere dal fervore dei progetti, ancora una volta piacevolmente impreparati alla primavera. Le coppie riconquistano le panchine nei parchi, i motorini sembrano allacciati ad un guinzaglio, in ruspante attesa dei padroni fuori dalle scuole. Marco Paolini è riuscito a prendere quel vento, rinchiudendolo in uno spettacolo dove sono intrappolati i mille colori delle nostre primavere. Lo spettatore viene accompagnato in un cammino difficile, riassaporando quella strana sensazione di crescita fatta di amori, amicizie, cronache amare e palloni ovali. Non è un caso che il rugby sia la metafora ideale per descrivere il duro passaggio dall'adolescenza all'età adulta. Terra, fango, botte, abbracci, terzo tempo e spogliatoi sudati. Non ci si può non immedesimare in questo racconto, dove l' umorismo e la prosa condita dalla musica del dialetto veneto, rendono irresistibile la narrazione sempre vivace e appassionata. I tempi delle storie sembrano lontani, ma le province hanno tutte una carta d'identità molto simile, nonostante le sfumature regionali. La provincia, con tutti i suoi mali, ha sciolto le ali di chi voleva andarsene, ha costretto le menti a inventare nuovi giochi, in un nocciolo di affetti che custodisce il cantiere del nostro presente.

Pochi autori come Paolini hanno saputo raccontare la realtà del nostro paese. E non è un lavoro da poco veder sostenuto un caleidoscopio di contraddizioni, tutto sulle spalle di un solo uomo. Assieme ad altri due maestri della parola, Celestini e Bergonzoni, fa parte di una ideale triade di innovatori del teatro italiano.
Tre moschettieri che hanno saputo diluire le nostre vite, distillandole sapientemente sul palcoscenico.

Quando ero piccolo, non avevo idea di cosa ci fosse fuori dal recinto dei miei sogni. Il microcosmo della vita aveva un confine segnato dalle biciclette e dalle ginocchia sbucciate. Aprile entrava dalle finestre aperte della scuola, e la foga di non volersi perdere nulla mi costringeva a sbrigare i compiti sulle scale di casa mia. Ci sono stati tanti Aprile che la memoria ha chiuso tra ricordi troppo lontani da poter rileggere chiaramente. E poi è arrivato "Aprile" di Marco Paolini, le sensazioni si sono mescolate a quelli dello spettacolo teatrale e i miei amici hanno preso i contorni di quelli dell'"Album".

L'odore di botte e limoni adesso è anche quello dei  ricordi delle mie primavere.
Fuori c'è Aprile. Perderlo sarebbe un vero spreco. Esco.

Alessio MacFlynn


2 commenti:

Teatrini Onirici ha detto...

Amo, abramo questo spettacolo! Paolini è assolutamente uno dei numeri uno della narrazione, non c'è che dire. Bell'articolo.
ps. a Berlino, 20 gradi. tiè.
giulia

MacFlynn ha detto...

Dankeschön! 20 gradi?!?!? FERRRRRRRRRRRRMMMATIIIII!!!

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